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"Quando giocavo io"

“Quando giocavo io…” Quante volte hai sentito questa frase? È il classico ritornello che ogni padre ripete al figlio per spiegare quanto fosse diverso il calcio di un tempo o per incoraggiarlo dopo una delusione sportiva. Tuttavia, spesso viene utilizzata per mettere a tacere le polemiche dei figli che si lamentano delle situazioni spiacevoli incontrate durante una partita. Ma quanto era veramente diverso il calcio di una volta? Possiamo identificare tre principali differenze tra il calcio del passato e quello di oggi:

  • Il primo è il calcio per i talenti, negli anni ’80 e ’90, lo sport non era per tutti, ma per i più bravi o i più promettenti. Le società spesso cercavano giovani talenti nei campetti e, se la famiglia non avesse potuto permettersi la retta, questa sarebbe stata magicamente cancellata. L’importante era avere il fenomeno in squadra, indipendentemente dalle possibilità economiche della famiglia.
  • Il secondo aspetto riguarda l’assenza dell’invasione genitoriale. Il padre, pur presente, non faceva il tifo: osservava in silenzio senza interferire né con l’arbitro né con l’allenatore. Non si lamentava se il figlio restava in panchina, anzi, quando il figlio si lamentava, lo incoraggiava a migliorare, sottolineando, a volte anche in modo brusco, come i compagni erano più bravi. La madre, invece, veniva raramente e, quando lo faceva, a malapena riusciva ad individuare la squadra del figlio. Indipendentemente dalla prestazione della squadra, per lei, il figlio era sempre il migliore. I veri ultrà erano i pensionati del quartiere: anziché trascorrere il sabato e la domenica pomeriggio a casa con le mogli, venivano sugli spalti. Tra qualche lamentela con l’arbitro e l’allenatore, alla fine della partita se ne andavano portando con loro le polemiche.
  • Il terzo e ultimo punto, che forse non è nemmeno l’ultimo, riguarda l’allenatore. Egli faceva l’allenatore, non lo psicologo, e a malapena aveva la terza media, ma possedeva tanta esperienza con i ragazzi da poter insegnare a chiunque come gestire un giovane incompreso. L’allenatore era spesso visto come una figura paterna: poteva dire e fare ciò che un padre spesso non diceva e non faceva. La pacca sulla spalla del mister era più importante di un gol o di una parata decisiva, non erano date per consolare, e non a tutti, ma solo a chi aveva fatto molto bene in partita. Era un po’ come il trofeo MVP di oggi, solo che non si metteva in bacheca, ma si portava nel cuore. L’allenatore aveva pochi esercizi da far svolgere durante l’allenamento: non esistevano le fasi di attivazione, gioco, analitica, situazionale e finale. C’erano tre semplici fasi: il riscaldamento, spesso sostituito dalla corsa, la tattica che coinvolgeva sempre il portiere, e la partitella. Chi non si allenava con impegno, invece di fare la partitella, correva per 30 minuti attorno al campo. Una delle qualità degli allenatori degli anni ’80 e ’90 era la capacità di giustificare le convocazioni e le scelte: applicavano semplici regole, se ti alleni giochi, se non ti alleni non giochi, ma convocavano sempre i più preparati. Non esisteva la regola “Devono giocare tutti”. Questo approccio, che può sembrare quasi crudele era in realtà un modo per stimolare un miglioramento continuo.

Tra le molte differenze che caratterizzavano il calcio di un tempo, alcune in particolare ci hanno insegnato lezioni preziose. Una di queste è che la scelta dello sport da praticare era esclusivamente nostra. Il fatto di non giocare ti faceva capire se il calcio fosse davvero il tuo sport. Molti ragazzi, infatti, si orientavano verso l’atletica, il nuoto, la pallavolo o il basket con risultati da campioni. Altri, invece, smettevano e non riprendevano più. Chi può dire se quell’approccio fosse migliore di quello attuale? Oggettivamente nessuno, ma ipoteticamente tutti.

Il calcio è lo sport più bello del mondo, ma è anche uno dei più esigenti. Viviamo in un’epoca in cui il calcio è accessibile a tutti, e si spera che resti così per sempre. Tuttavia, arriva un momento in cui bisogna fare delle scelte tattiche cruciali per il successo della squadra. Queste scelte segnano il passaggio dal divertimento alla competizione, che può essere un trauma per alcuni.

Amico mio, il calcio è fatto di scelte. La strada alla fine si restringe, e bisogna prendere decisioni difficili.

Il Calcio degli Anni ’90: Ricordi di un Portiere

Ho giocato come portiere per circa 20 anni e sono figlio di quel calcio degli anni ’90, un calcio che si giocava esclusivamente sui campi in terra battuta. Se eri fortunato, trovavi qualche campo con l’erba, ma questa era rigorosamente assente nell’area del portiere, la terra difficilmente era in buone condizioni, d’estate era secca e dura, d’inverno bagnata e morbida ma non si poteva utilizzare il campo da gara perché se no si rovinava, quindi tutti nel campo di allenamento disseminato di sassi e mattoni rotti, spesso la domenica il ghiaccio copriva la zona dei pali e dell’area piccola del portiere e ogni tuffo era come cadere sul cemento, ginocchia sbucciate, fianchi graffiati e gomiti indolenziti ci accompagnavano per tutto l’anno calcistico.

Era un calcio diverso, un calcio che veniva sospeso se pioveva. Se le condizioni meteo fossero state estreme la partita sarebbe stata sospesa con comunicazione in anticipo. Altrimenti, una volta spogliato e vestito per la gara, assistevi all’arbitro che, insieme ai capitani, faceva rimbalzare la palla: un puro e semplice dovere di regolamento. In fin dei conti, però, l’arbitro non decideva nulla. La decisione spettava sempre al giardiniere o a chi curava il campo.

Nonostante queste difficoltà, quei giorni sul campo hanno lasciato ricordi indelebili. Ogni partita e ogni allenamento erano una sfida contro il terreno e le condizioni atmosferiche, oltre che contro gli avversari. Ma proprio queste difficoltà hanno reso il calcio degli anni ’90 così speciale e indimenticabile. Eravamo parte di un’epoca in cui il calcio era vissuto con passione e sacrificio, e questo ci ha insegnato a lottare e a resistere, vivevamo il calcio in un modo che oggi sembra quasi romantico.

Era bello anche per questo: le società erano affollate di persone che amavano la squadra di quartiere. Gli anziani si alzavano dal tavolo delle carte solo per vedere la prima squadra la domenica pomeriggio, o quando c’erano le cene della società, che erano delle vere e proprie piccole sagre trasferite nei ristoranti. Si facevano a Natale, e noi ragazzi, vestiti con la divisa di rappresentanza, ci sentivamo importanti. Era un’occasione per vedere anche il presidente, una figura che esisteva ma che pochi conoscevano. La foto di squadra era meravigliosa: c’erano solo due portieri, uno a destra e uno a sinistra, entrambi sul gradino più alto, e l’intera squadra al centro, suddivisa su due gradini. Sul gradino più basso, al centro, c’era sempre il mister. Chi era fortunato aveva anche il preparatore dei portieri, figura a me sconosciuta fino ai 16 anni, quando esordii in Eccellenza.

Si aveva un solo Mister e lo avevi fino a quando la squadra non veniva dismessa, solitamente avveniva alla fine della categoria Juniores, successivamente a questa qualcuno andava a giocare nella prima squadra, altri negli amatori e molti smettevano perché o iniziavano a lavorare o iniziavano l’università. Per molti finivano i sogni e iniziava la dura realtà, quel sogno comune del diventare un calciatore veniva cancellato per sempre.

L’allenatore era uno e lo portavi con te per molti anni, spesso quando ti chiedevano dove giocavi sapevano già chi era il tuo allenatore, non esisteva la formula che ogni due anni l’allenatore doveva essere cambiato. Non era psicologo il mister ma era un uomo, spesso era un lavoratore che concludeva la sua giornata con la squadra, altre volte era un uomo in pensione e figlio anch’esso di un calcio ancora più vecchio di quello di cui ti sto parlando io.

Quello che questo articolo vuole dirti è che sentirai spesso dirti “Quando giocavo io…” ma tieni presente che era un calcio diverso da quello che stai vivendo tu, il modo di pensare e di giocare era totalmente l’opposto ed era quasi vietato divertirsi perché in fin dei conti la competizione locale era alta.

Oggi ti è permesso soprattutto il divertimento, per tanto prendi il calcio con divertimento ed impegno, i risultati arriveranno e se non dovessero arrivare ti dico che il calcio non è fatto solo di giocatori.

CONCLUSIONI

In conclusione, il calcio, sia quello degli anni ’80 e ’90 che quello odierno, offre preziose lezioni di vita. Se da un lato il calcio del passato era caratterizzato da maggiore durezza e sacrificio, oggi il calcio è più inclusivo e orientato al divertimento. Entrambe le epoche, però, condividono valori fondamentali come l’impegno, la passione e la determinazione. Ai ragazzi dico: abbracciate il gioco con gioia e impegno, traendo ispirazione sia dalle sfide del passato che dalle opportunità del presente. Miglioratevi costantemente, perché il vero spirito del calcio risiede nel crescere e superare i propri limiti, indipendentemente dall’epoca in cui si gioca.  Raffaele Garofalo

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